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Descrescita - Economia
Scritto da Giulia Gonella   
Mercoledì 23 Dicembre 2009 03:36

Fin dagli inizi del ventesimo secolo, l'abbondanza di petrolio ha permesso ad una società industriale basata sul carbone di accelerare il suo "sviluppo" in maniera massiccia. Da allora, ogni anno c'è sempre stato bisogno di più petrolio (ad eccezione dei due shock petroliferi negli anni '70, quando le crisi nel Medio Oriente furono causa di una recessione mondiale). Ed ogni anno la società ha aumentato la sua complessità, la sua meccanizzazione, la sua interconnessione globale e il suo consumo energetico.

 

Lo sviluppo economico dell'intera umanità è oggi prevalentemente basato sulla disponibilità di petrolio a basso costo. Il petrolio entra direttamente o indirettamente in tutti i settori dell'economia. Solo per fare un esempio, l'agricoltura moderna è pesantemente dipendente dal petrolio, sia come combustibile per i macchinari agricoli che per la produzione di fertilizzanti e pesticidi.

 

Una sempre crescente quantità di petrolio ha alimentato la crescita delle economie industriali;

  • Il 40% di tutta l'energia primaria mondiale viene dal petrolio

  • Il 90% di tutta l'energia usata per i trasporti viene dal petrolio

  • Il 65% del petrolio viene usato per fare carburanti

  • Del restante si fa energia elettrica, riscaldamento degli edifici, asfalti, materie plastiche, fertilizzanti, prodotti chimici e medicinali.

 

Se non si inizia da subito a prendere provvedimenti per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio, è facile predire che le conseguenze del picco saranno recessione, impoverimento della società, guerre per le risorse, conflitti globali.

 

Il Picco del Petrolio fu teorizzato per la prima volta da King Hubbert nel 1956. Il picco avviene nel momento in cui viene raggiunta la massima capacità di estrazione dai giacimenti disponibili nel mondo. Una volta raggiunto il picco la produzione entra in una fase di declino progressivo e definitivo. In termini pratici il raggiungimento del picco significa la fine della disponibilità di petrolio a basso prezzo. Nelle società industrializzate e fortemente dipendenti dal petrolio il raggiungimento del picco senza adeguata preparazione potrebbe portare a una crisi energetica globale e al crollo del sistema economico.

 

Secondo Hubbert, la produzione di una risorsa minerale segue una “curva a campana”. Il picco di questa curva è il punto di massima produzione: al di là del quale la produzione comincia inesorabilmente a diminuire.

Possiamo distinguere diverse fasi del ciclo di Hubbert:

 

  • La prima fase: espansione rapida. Inizialmente, la risorsa è abbondante e bastano modesti investimenti per estrarla. In questa fase, la crescita della produzione è esponenziale.

  • La seconda fase: inizio dell’esaurimento. Le riserve “facili”, ovvero quelle meno costose, sono quelle estratte per prime. Con l’esaurimento delle risorse facili, comincia a essere necessario sfruttare risorse più difficili e questo richiede investimenti sempre più consistenti. La produzione continua a crescere, ma non più esponenzialmente come nella prima fase.

  • La terza fase: il picco e il declino. A un certo punto, il graduale esaurimento rende talmente elevati gli investimenti necessari che non sono più sostenibili. La produzione raggiunge un massimo (il picco di Hubbert) e poi comincia a declinare.

  • La quarta fase: il declino finale. In questa fase, normalmente non si fanno più investimenti significativi. La produzione continua, ma il declino procede fino a che non diventa talmente ridotta da cessare completamente.


 

Previsioni globali

 

Il modello di Hubbert può essere utilizzato per prevedere l'andamento della produzione mondiale di petrolio. Si prevede che il massimo (il "Picco di Hubbert") si verificherà Un numero crescente di analisti e geologi petroliferi indipendenti hanno calcolato che questo picco massimo estrattivo verrà collocato tra il 2006 e il 2012 (sono necessari alcuni anni di valutazioni a posteriori al fine di confermare il momento di picco); per il petrolio "convenzionale" cioè di facile estrazione (area punteggiata). Altri tipi di petrolio (pesante, profondo, ecc.) sposteranno il picco di poco in avanti.

 

I dati sono incerti, ma già a partire dagli anni 1960, le stime delle risorse petrolifere globali si erano stabilizzate intorno a un valore medio di circa 2.000 miliardi di barili. I problemi hanno inizio dal momento in cui è stato estratto circa la metà del petrolio recuperabile. Il totale estraibile di petrolio convenzionale è intorno ai 2.000 miliardi di barili. Fino ad oggi, abbiamo estratto circa 1000 miliardi di barili. Stiamo consumando circa 25 miliardi di barili all'anno. Dunque, ci rimangono 40 anni.

La produzione di petrolio non è mai stata costante nella storia, sia a causa dell'espansione economica sia dell'aumento della popolazione mondiale. Perciò, non ha senso parlare di "40 anni di riserve al ritmo di produzione attuale"

 

La domanda giusta è, invece: "Quanto petrolio potremo produrre nel futuro e a che costi?” A questo punto il petrolio comincia ad essere più costoso da estrarre (in termini di spesa ed energia), il suo flusso è ridotto, così come la sua qualità. I modello del picco di Hubbert mostra che la prima metà del petrolio è facile da estrarre e di alta qualità. Tuttavia, una volta che la prima metà è stata pompata fuori, l'ulteriore estrazione inizia a divenire più costosa, più lenta, più dispendiosa in termini di energia e fornisce un petrolio di qualità inferiore. Quindi per la prima volta nella storia, non siamo in grado di incrementare la quantità di petrolio estratto dal sottosuolo, raffinato e immesso sul mercato.

Di conseguenza le riserve petrolifere raggiungono un tetto massimo per poi diminuire, con conseguenze massive per le società industrializzate. Poche persone stanno dando importanza a questo fenomeno. In seguito, per ogni anno successivo si osserverà una costante diminuzione del flusso di petrolio, così come un rischio crescente di interruzioni di fornitura;

 

Domanda spontanea “Si troveranno nuovi giacimenti oppure le nuove tecnologie miglioreranno la resa del petrolio estratto”.

 

Di fatto le scoperte di nuovi giacimenti hanno raggiunto il loro massimo storico verso la metà degli anni 1960. Da allora sono in declino. E' dal 1985 che si consuma più petrolio di quanto non se ne scopra.

 

Inoltre i progressi tecnologici nell’estrazione del petrolio e nelle valutazioni preliminari avranno un impatto limitato sul ritmo di esaurimento. A titolo di esempio, quando gli Stati Uniti raggiunsero il loro picco di produzione petrolifera nel 1972, il ritmo di decrescita nel corso dei successivi decenni è stato elevato, a dispetto di una significativa ondata di innovazioni tecnologiche.

E' difficile sopravvalutare le conseguenze di tutto ciò all'interno dei Paesi sviluppati.

 

Cosa possiamo aspettarci dopo il picco.

Per capire in che misura questo interesserà il mondo industriale, ecco il paragrafo di apertura della sintesi di un rapporto preparato per il governo degli Stati Uniti nel 2005 da un'agenzia di esperti nella gestione del rischio e dell’analisi petrolifera:

 

"Il picco della produzione mondiale di petrolio presenta agli Stati Uniti ed al mondo un problema mai visto di gestione del rischio. Come ci si avvicinerà al picco, aumenteranno in maniera drammatica, sia le quotazioni dei combustibili liquidi che l'instabilità dei prezzi, ed in mancanza di un intervento tempestivo, i costi economici, sociali e politici saranno senza precedenti. Esistono delle soluzioni percorribili in grado di mitigare gli effetti del picco, sia sul lato dell'offerta che della domanda, ma per ottenere un impatto sostanziale, devono essere adottate più di un decennio prima del picco" - Peaking of World Oil Production: Impacts, Mitigation & Risk Management. Robert L. Hirsch, SAIC

 

La presente relazione è venuta alla luce solo dopo essere stata insabbiata dal governo statunitense per circa un anno. La sua attenta lettura rivela implicazioni di vasta portata e fornisce una chiara indicazione del motivo per cui il governo è stato così pronto a mantenerla non di dominio pubblico.

 

Nonostante l'occultamento del problema da parte degli stati, delle loro agenzie e delle società petrolifere, sia la Chevron che la Total hanno ammesso che siamo al tramonto dell'epoca del petrolio a buon mercato. Jeremy Gilbert, ex ingegnere petrolifero di alto livello della BP, nel maggio 2007 ha affermato quanto segue:

 

"Mi aspetto di vedere il picco entro il 2015… ed il declino dei ritmi estrattivi del 4-8% l'anno"

 

Diversi senatori degli Stati Uniti, principalmente il repubblicano Roscoe Bartlett, hanno sollevato la questione nella “Camera Alta”.

In Nuova Zelanda, Jeanette Fitzsimmons, co-leader del partito dei Verdi, sta facendo crescere la consapevolezza inerente alle minacce poste dal Picco del petrolio. Nel 2006, Helen Clark, primo ministro della Nuova Zelanda ha affermato:

 

Il prezzo del petrolio è molto alto, perché probabilmente non siamo troppo lontani dal picco di produzione, sempre che non ci siamo già"

 

In Australia, il parlamentare Andrew McNamara a capo della Queensland Oil Vulnerability Task Force, è stato recentemente nominato Ministro del Queensland per la Sostenibilità, i Cambiamenti Climatici e l’Innovazione. Anticipando l’imminente rilascio al pubblico del rapporto commissionato dal suo governo, sulla "Vulnerabilità del Queensland al prezzi del petrolio", ci parla dell’importanza della “rilocalizzazione” come risposta l’esaurimento delle risorse petrolifere:

 

"Non c'è alcun dubbio sul fatto che le iniziative provenienti dalla comunità locali saranno fondamentali. In questo il governo dovrà certamente svolgere un ruolo di supporto ed incentivazione delle reti locali, le quali possono collaborare con forniture locali di cibo, acqua, carburante, posti di lavoro e di tutto ciò che deve necessariamente essere presente nei negozi. Questo è stato uno degli argomenti affrontati nel primo discorso che ho fatto su questo tema nel febbraio del 2005: vedremo un cambiamento del modo in cui viviamo, che ci ricorderà non il secolo scorso, ma quello ancora prima di questo. E non è una cosa negativa. Indubbiamente una delle risposte meno dispendiose che sarà molto efficace, sarà quella di promuovere il consumo locale, la produzione locale, la distribuzione locale. E ci saranno fenomeni di riorganizzazione [n.d.t. spin off ] in questa direzione che ci porteranno a conoscere meglio le nostre comunità. Le reti locali apporteranno dei vantaggi per le persone e la collettività che sono ansioso di vedere crescere”

 

Il fatto che il picco sia un evento ben definito ha dato origine a varie interpretazioni, alcune delle quali tendenti a una visione piuttosto apocalittica. C’è chi ha parlato di fine della civiltà e alcuni hanno addirittura ipotizzato il ritorno all’età della pietra (questa è la “teoria Olduvai” di Richard Duncan), Alti

 

 

Indubbiamente il petrolio è una cosa importante nell’economia mondiale. Rappresenta oggi quasi il 40% dell’energia primaria generata e circa il 90% dell’energia usata nei trasporti. Senza petrolio avremmo delle grosse difficoltà a mandare avanti il pianeta nel modo in cui siamo abituati a vederlo funzionare. C'è da aspettarsi quindi un incremento prezzi dei carburanti, recessione economiche, instabilità politica, guerre per le risorse.

 

Tuttavia non dobbiamo lasciarci prendere da reazioni emozionali. Il picco di Hubbert non è la fine del mondo; è semplicemente la conseguenza inevitabile della combinazione di fattori geologici, tecnologici ed economici. E’ un fenomeno naturale, osservato già molte volte, che non porta necessariamente a disastri se viene gestito come si deve.

Il picco segnala la necessità di un cambiamento. Ogni volta che un picco si è verificato nel caso di una risorsa economicamente importante, c’è stato un cambiamento di risorsa. Si può’ avere semplicemente un cambiamento geografico, quando la produzione viene spostata verso un area dove la risorsa è ancora abbondante. Oppure si può avere un cambiamento tecnologico quando si cambia il tipo di risorsa.

 

Il primo caso, cambiamento geografico, si è visto per esempio quando nel 1971 il picco del petrolio negli Stati Uniti ha reso necessario spostare il baricentro della produzione mondiale nel Medio Oriente. Il secondo caso, cambiamento tecnologico, si è verificato, per esempio, con il passaggio dal carbone al petrolio.

 

Questo tipo di cambiamenti sono non solo possibili, ma anche inevitabili. Non è detto, però, che siano indolori. Nel periodo 1973-1985 il declino della produzione degli Stati Uniti ha causato una serie di instabilità geopolitiche, recessione economica, inflazione a due cifre, disoccupazione e altri sconvolgimenti. Tuttavia, una volta che le infrastrutture necessarie furono create nel Medio Oriente, il sistema di produzione e di distribuzione del petrolio ha ricominciato a funzionare.

 

Oggi, manca la possibilità di risolvere il problema andando a sfruttare altre aree geografiche. Semplicemente, manca un’altra Arabia Saudita. Perciò, dobbiamo prepararci a una transizione tecnologica di qualche tipo.

 

Invece del petrolio. Non ci mancano sorgenti di energia di vario tipo: altri combustibili fossili (principalmente gas naturale e carbone), fonti rinnovabili. In questo momento, nessuna di queste è in grado di rimpiazzare perfettamente il petrolio, soprattutto per produrre cambustibili liquidi. Può darsi che per un certo periodo dovremo rinunciare a qualcuno dei nostri giocattoli, tipo quelle automobili mostruose che vanno sotto il nome di SUV. Ma non c’è carenza di energia sulla Terra e, se nessuno si fa prendere dal panico, la transizione potrebbe essere una cosa positiva riducendo, fra le altre cose, la quantità di gas serra emessi nell’atmosfera e allontanando il rischio del riscaldamento globale.

 

E’ interessante notare, comunque, come tutte le sorgenti di energia non rinnovabili sono soggette al ciclo di Hubbert. Rimpiazzare il petrolio con carbone oppure con uranio ci farebbe saltare da una curva a campana a un’altra, ma sposterebbe semplicemente in avanti il problema dell’esaurimento. Al contrario, le fonti rinnovabili hanno un comportamento completamente diverso: la produzione segue una curva a “s” che si stabilizza con la saturazione dell’area disponibile.

Questo tipo di comportamento “non-Hubbert” è più simile all’economia agricola che a quella industriale alla quale siamo abituati. La transizione alle rinnovabili, quindi, potrebbe avere degli effetti piuttosto radicali sull’economia planetaria. Quali siano questi effetti, soltanto il tempo ce lo potrà dire.

 

Cosa posso fare per tutelarmi?

Il consiglio di ASPO Italia (Associazione per lo studio del picco del petrolio ) è di valutare attentamente la dipendenza dal petrolio nella vita quotidiana. Mentre per alcune cose c'è poco da fare (ad esempio per il fatto che la produzione agricola è fortemente dipendente dall'uso del petrolio), nel settore più critico, quello dei trasporti, ciascuno di noi può iniziare a prepararsi, cercando di organizzare la propria vita in modo da essere sempre meno dipendente dall'uso dell'auto privata. Più in generale, può essere opportuno abituarsi da subito ad uno stile di vita più sobrio e meno consumistico, anche in considerazione del fatto che ogni prodotto consumato costituisce oggi un contributo al raggiungimento del picco di Hubbert. In ogni caso, poiché non è né pensabile né auspicabile un ritorno ad un passato pre-industriale che era tutt'altro che roseo, è essenziale, come sta cercando di fare ASPO-Italia, diffondere la consapevolezza del fatto che l'era dell'abbondanza di petrolio a basso costo sta volgendo al termine, e chiedere ai decisori politici a tutti i livelli di interessarsi al problema, predisponendo politiche di transizione all'uso di altre sorgenti di energia e stimolando al massimo la ricerca scientifica in campo energetico.

 

tratto da giuliagonella.noblogs.org

Ultimo aggiornamento Domenica 27 Dicembre 2009 18:28
 
Autore di questo articolo: Giulia Gonella

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