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| Parma: come si uccide una città d'arte |
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| Descrescita - Articoli |
| Scritto da Maurizio Chierici |
| Martedì 29 Giugno 2010 16:48 |
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A Parma hanno ucciso la via Gluck Un servizio dalla città nella quale "il potere politico è la proiezione di un'imprenditoria senza scrupoli". Non è la sola. La città ducale perde i suoi simboli e viene asfaltata per far posto a megasupermercati. Il potere politico è la proiezione di un’imprenditoria senza scrupoli Cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia: cemento. (Il Fatto quotidiano, 27 giugno 2010) Parma. Fra 22 anni sparirà il formaggio italiano più venduto nel mondo. La febbre del mattone seppellisce l’erba dalla quale nasce il parmigiano-reggiano. A tavola grattugeremo cemento. L’erba è il petrolio di questa pianura. Dalle sue virtù nasce un formaggio che non ha bisogno di coagulanti, formalina indispensabile ai grana padani. Regalo della natura sul quale è cresciuto il benessere. Ecco l’allarme: ogni giorno nella provincia di Parma scompare un campo da calcio. Case, palazzoni, capannoni. L’allarme non viene da un ambientalista rompipalle: catastrofe annunciata da Andrea Zanlari, presidente della Camera di Commercio di Parma e da Alfredo Peri, assessore regionale a Bologna. “Non è più possibile che siano i comuni a gestire in solitudine l’espansione edilizia erodendo i terreni agricoli per fare soldi col pronto cassa delle urbanizzazioni”. Perché dirlo proprio a Parma? Perché la città della grazia è ormai simbolo della città mattone. E 90 anni dopo ricomincia con le barricate. Un torrente divideva la borghesia dei palazzi, città padrona, dai figli del popolo guidati da Guido Picelli: nel 1922 riesce a non far passare i ponti alle camicie nere di Italo Balbo. E quando Mussolini al potere “riqualifica“, sventrando, i quartieri dei ribelli e Balbo torna vincitore dalla trasvolata americana, viene accolto da scritte beffarde: “Hai attraversato l’Atlantico ma la Parma (il torrente) no“. Il municipio della destra (municipio della “città cantiere“) insiste nella riqualificazione; tornano le disobbedienze. Civili, ma tenaci. Commercianti e abitanti non accettano i progetti decisi dalla giunta dei mattoni, o “dei mercatini“ come ironizza chi ha i negozi svuotati dalla febbre degli ipermercati: nelle periferie spogliano il centro storico come nella Parigi di 30 anni fa. Ma la Parigi pentita rimedia. Per rianimarla, Chirac e Sarkozy favoriscono il ritorno delle botteghe nelle strade dalle quali la speculazione le aveva strappate: agevolazioni fiscali, mutui straconvenienti, “Parigi non può diventare un museo. Il commercio aiuta a vivere assieme. Vi aspettiamo“. Assalto senza freni dei grandi centri commerciali. Luca Vedrini, Confesercenti, protesta con documenti che fanno rabbrividire. A Parma i negozi aprono e chiudono dopo 3 anni. I bar muoiono a 5. E la tradizione delle gestioni familiari naufraga in catene senza sapore: stesse vetrine da Palermo ad Aosta. Tra iper e super-mercati aperti, che stanno aprendo o in costruzione o progetti approvati, la città andrà a far spesa nei 410 mila metri quadrati delle scansie fiorite nelle new town di plastica dove cambiano le abitudini sociali e si dissolvono i rapporti umani. Non più cittadini, solo clienti. Ogni parmigiano (dai neonati agli ottuagenari) avrà a disposizione 2 metri quadrati di roba da comprare nelle cattedrali dell’illusione. “Primi in Italia, forse record in Europa“: Vedrini allarga le braccia. L’invasione dei prati continua: caffè, ristoranti e malinconici cubi di cemento delle multisale di cinema dove brillano i neon della Parma Ohio, sobborgo commerciale di Chicago. Negli anni ’60 le cucine di Salvarani avevano invaso l’Italia e ravvivato un tessuto artigianale che ormai chiude bottega. Trionfa l’Ikea, rifiutata a Bolzano: “I nostri artigiani difendono la cultura sociale della città. L’Ikea vada a Brescia, Verona, Innsbruck. Noi non la vogliamo”. E attorno al compra-compra fioriscono quartieri artificiali. Chi abita la “vecchia città“ per andare al cinema deve prendere l’automobile ma le nebbie dell’inverno scoraggiano un terzo dei parmigiani sopra i 60 anni. Chiuso per “riqualificazione“ il mercato storico della Ghiaia, cuore della città. Commercianti dispersi. Dopo quattro anni buona parte non riapre. Chi è fallito, chi ha scelto altri mestieri. Per la seconda volta in meno di un secolo il comune brucia la tradizione con l’orrore di una pensilina per corriere, ala bollente del tetto che taglia i palazzi armoniosi una volta affacciati sulle bancarelle. Ma gli anni Venti erano anni sfiniti dalla Prima guerra mondiale, treni asmatici, niente automobili. Chissà perché gli assessori e i sindaci della nuova distruzione non hanno fatto un salto almeno a Verona, Padova, Trento, per imparare come restaurare senza cancellare come pretendono i grandi affari delle grandi imprese. E allora avanti. Chi fa la spesa per mettere a tavola la famiglia scopre che frutta, formaggi, uova e carne si vendono sottoterra. Caverna nel condomino dei parcheggi vero motivo della distruzione. Il potere politico è la proiezione di un’imprenditoria che sceglie sindaci e amministratori. Trasforma i signori nessuno nei protagonisti quotidiani di giornali e tv. Ubaldi (primo sindaco della destra) è stato un prodotto Parmalat. La poltrona a Vignali, successore che considerava Ubaldi maestro di politica e di vita, viene disinvoltamente annunciata dal presidente degli imprenditori due mesi prima della formazione delle liste elettorali. Insomma, comando io. Fuori dalle tv locali, l’ex Ubaldi dimenticato insorge: forse invidia per il figlioccio ormai odiato ma appoggiato a Roma dal Letta conte zio. E gli appalti consolano la generosità. Cambiano solo i figuranti politici. Parma ha 170 mila abitanti, ma il vecchio sindaco Ubaldi, filosofo della città cantiere, ripeteva che gli abitanti dovevano essere 400 mila. Come, non lo ha mai spiegato. Intanto gli scavi continuano. E Parma finirà per importare i “regianito”, patetica imitazione dei formaggiai argentini. La crisi ha sepolto il metrò destinato a bruciare un secolo di bilanci. Mancavano 50 milioni di passeggeri e l’impresa Pizzarotti, che è un’impresa seria, si è ben guardata dall’accettarne la gestione: noi scaviamo, i treni li fate correre voi. Treni ridicoli in un posto che in 15 minuti si attraversa pedalando, eppure giornali e tv (proprietari gli stessi imprenditori) ne esaltavano la meraviglia. Per un secolo sei ponti hanno unito la città vecchia e nuova scavalcando il torrente. Sono diventati sette per far girare la tangenziale: ponte De Gasperi inaugurato da Andreotti, voluto dall’ex Ubaldi innamorato di un certo ponte sul Reno. La maestosità della mini copiatura fa un po’ ridere: unisce 30 metri, sassi ed erbe dieci mesi l’anno. Adesso il fascino del mistero dell’ottavo ponte. Aggancia un quartiere da riqualificare a prati dove non c’è niente. Se il ponte Sud celebra De Gasperi, il ponte Nord dovrebbe riconoscere lo slancio di chi lo costruisce: ponte Pizzarotti. Bellissima azienda, impresa di dimensione europea che non trascura la città dove ha radici. Sta per trasformare il palazzo del ‘200 che raccoglie i documenti dell’archivio di Stato, archivio dei ducati: residence, negozi, mentre gran parte delle carte preziose finisce nei capannoni di periferia. Bruno Rossi, già direttore della Gazzetta di Parma, presidente della fondazione che ricorda Tommasini, non sopporta la mistificazione dell’assessore Lasagna. Per il momento è la sola voce sopportata quando denuncia l’imbroglio: “Sarebbe piaciuto a Tommasini? Progetto che convoglia un gran numero di anziani e li spinge ai margini della città? Credo che questa domanda sia al limite del blasfemo”. Lasagna era un giovane rampante del Pd, passato al centrodestra: irresistibile fascino della poltrona di assessore. E cominciano altri dubbi: Pizzarotti Coop7 è un legame ripetuto da imprese e cooperative che assieme “riqualificano“ questa e altre città. Perplessità che attraversa la sinistra e i cooperanti della tradizione. Amara la risposta di Sergio Caserta, che ha realizzato progetti di sviluppo e ha fatto parte della giunta e del consiglio nazionale della Lega Cooperative: “Grandi aziende cooperative emiliane hanno sposato il capitalismo edilizio. Stravolgono le città, cambiano la vita della gente. A Vicenza una grande Coop di Bologna è interessata alla costruzione della base Usa contro la quale si mobilita l’intera popolazione. La Costituzione attribuisce alle cooperative un ruolo di pubblica utilità. È questa l’utilità? Non si viola la Costituzione? Tra la sinistra politica e il movimento cooperativo i legami restano stretti, tecnologie e strategie sostituiscono l’ideologia. A beneficio di chi?”.
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Luglio 2010 15:10 |















