Corsi e Incontri
Iscriviti al Gruppo
|
|
| Iscriviti a mdfparma |
| Visita questo gruppo |
Ultimi Files Scaricati
| Open Space Technology MDF... |
| 2010-07-13 |
| No Inceneritore a Parma |
| 2009-10-25 |
Cinque Caffè pagati
| Come ti disintossico dal petrolio |
|
|
|
| Descrescita - Articoli |
| Scritto da Chiara Somajni |
| Lunedì 24 Maggio 2010 18:10 |
|
Il nostro rapporto con i combustibili fossili è secondo Rob Hopkins una dipendenza a tutti gli effetti, che va combattuta con sofisticati strumenti di comunicazione. Solo così si può cambiare mentalità e avviare la transizione verso una società strutturalmente nuova.
testo di Chiara Somajni Think green in azione
Rob Hopkins (foto) li definisce così: «Luoghi in cui si stia promuovendo il superamento della dipendenza dal petrolio verso modalità energeticamente meno dispendiose e più localizzate. In un processo che ha portata storica e che si focalizza sulle potenzialità positive di questo passo». Fondatore del movimento della transizione, autore del Manuale pratico della Transizione: dalla dipendenza dal petrolio alla forza delle comunità locali (tradotto da Il filo verde di Arianna), l’inglese Hopkins incuriosisce per l’attenzione che ha posto ai problemi di comunicazione. Difficile infatti pensare di cambiare paradigma di sviluppo senza incidere sulla mentalità, le abitudini, le aspettative delle persone.
In che modo ha inizio la transizione in un paese o in una città? Quando un gruppo di persone si sente ispirato o motivato a farla accadere. Secondo il nostro modello la transizione avviene in dodici passi. Innanzitutto ci vuole qualcuno disposto a impegnarsi per accrescere la consapevolezza del problema nella comunità, che sappia parlare del picco del petrolio e del cambiamento climatico in modo da ispirare le persone; quindi si passa all’articolazione in gruppi diversi ognuno dei quali si prende carico di singoli aspetti. Motore della transizione è un processo di ottimismo impegnato. A seguire si organizzano eventi di brainstorming da cui scaturisca quello che chiamiamo il piano di abbattimento energetico, una sorta di piano B generato dalla comunità, nel quale si stabilisce in che modo ci si possa svincolare dalla dipendenza dal petrolio, al contempo tracciando una visione del dopo.
Quali sono i maggiori ostacoli al salto culturale che perseguite? Innanzitutto una cultura individualistica. C’è molto da fare per reimparare a lavorare insieme. In secondo luogo il fatto che almeno all’inizio il processo deve reggersi senza finanziamenti, attraverso l’opera di volontari che abbiano il tempo e le giuste capacità. Inoltre c’è un problema legato alla percezione della questione ambientale e al modus operandi del movimento ecologista. Cruciali sono in particolare il linguaggio e gli argomenti impiegati, che rischiano di allontanare le persone invece di indurle a focalizzarsi sulla transizione. Noi cerchiamo di essere il più inclusivi possibile. Di fronte alla prospettiva del cambiamento molte persone sono portate a farsi una lista mentale delle cose da fare, che così sembrano impossibili. Nella mia esperienza, al contrario, quando le persone decidono di agire le soluzioni si trovano.
Quali sono gli strumenti strategici più convincenti? Per cominciare, a differenza degli ambientalisti, noi non abbiamo nulla contro la crescita economica, le corporation, le automobili e così via. Piuttosto diciamo che ci troviamo tutti quanti nella stessa posizione: l’era del petrolio a basso costo e di ciò che questa ha reso possibile è finita. La vita moderna ne è però ancora del tutto dipendente per moltissimi aspetti, i trasporti, il cibo, i prodotti di consumo, il modo in cui costruiamo le nostre abitazioni e così via. Si apre dunque una questione generale, che ci riguarda tutti: dove vogliamo andare? Che cosa possiamo fare? Nella prospettiva della transizione sosteniamo che la strada più efficace e pratica sia quella di lasciarsi alle spalle l’economia globalizzata per rafforzare quelle locali, in termini di produzione e distribuzione del cibo, di circolazione dei soldi, di prodotti di consumo e così via. Un processo che non deve basarsi sulla paura e sul rifiuto, bensì su quelle stesse imprenditorialità e creatività che ci hanno permesso di arrivare fin qui.
Lei sostiene che la nostra società dipenda dal petrolio non solo in termini pratici, ma anche psicologici, e ritiene pertanto che possano essere d’aiuto gli studi sulla lotta alle dipendenze. Come? Sì, credo che centrale nella nostra relazione con i combustibili fossili sia una forma di dipendenza. Ne consumiamo in misura enorme. Se li eliminiamo abbiamo la sensazione che la qualità della nostra vita debba diminuire significativamente. La letteratura sulle dipendenze ci permette di capire meglio che cosa voglia dire cambiare, quale sia il percorso compiuto da coloro che riescono a farlo. Non basta qualche film suggestivo. Nel modello di transizione abbiamo fatto nostri diversi degli strumenti indicati dagli studi sulle dipendenze. È un approccio che si è rivelato utile.
Può fare degli esempi? Gli studi sulle dipendenze articolano il processo di cambiamento sostanzialmente in tre stadi: pre-contemplazione, nel quale non ci si rende neppure conto dell’esistenza del problema; contemplazione, in cui ci si propone di fare qualcosa possibilmente nel giro di sei mesi; preparazione, quando ci si decide ad agire entro un mese. Il movimento ambientalista, per come comunica, sembra supporre che le persone si trovino tutte al terzo stadio e che basti poco per indurle a cambiare. Ma chi si trovi nei due stadi precedenti non può essere convinto con quegli strumenti. Anzi, si rischia di ottenere l’effetto contrario. Vorrei citare un esempio positivo: il programma tivù Jamie Oliver’s school dinners, che parla del cibo nelle scuole. Ha avuto grande successo proprio perché si rivolgeva selettivamente a chi il problema non se lo era mai posto.
La sostenibilità è diventata un tema alla moda, in modo un po’ superficiale. È un fatto comunque positivo? Lo è nella misura in cui porta le persone a pensarci, ma certo il problema è stato trivializzato spesso, inducendo a credere che per risolvere la crisi ambientale sia sufficiente consumare cose diverse, acquistare prodotti eco-compatibili, per esempio. Ma ciò di cui abbiamo bisogno è un salto strutturale: se dobbiamo ridurre del novanta per cento le nostre emissioni nel giro di vent’anni, certo non basta cambiare quel che si trova negli scaffali del supermercato.
Vi è secondo lei una parte della società che sia più propensa alla transizione? A ogni livello ci sono persone motivate e meno motivate, che rispondono ad argomenti diversi. Rispetto al cambiamento la psicologia identifica sette attitudini mentali prevalenti, ciascuna delle quali manifesta una spiccata sensibilità ad argomenti specifici, e delle resistenze. Per me non si tratta tanto di rivolgersi a particolari gruppi di persone, ma di trovare le parole giuste per raggiungere chi è disposto a farsi coinvolgere. Quello del linguaggio è uno degli aspetti chiave sui quali ci stiamo concentrando: vogliamo argomentare efficacemente in modo tale da attirare un’ampia gamma di persone, non solo la nicchia dei lettori di libri.
Le parole giuste: ovvero? Il movimento ambientalista si focalizza su termini quali riduzione, declino, austerità, “meno”. Noi vogliamo essere in grado di coinvolgere anche gli imprenditori, perché sviluppino nuove idee. Con loro le parole chiave saranno intraprendenza, impresa, opportunità, creatività. Quando ci rivolgiamo a gruppi più tradizionali, mettiamo l’accento su parole come tradizione, famiglia, comunità, peculiarità locale, identità, cultura. Diverso ancora sarà l’approccio con persone già impegnate o con gruppi di matrice religiosa, dove si sottolineeranno l’etica, i valori, la connessione.
Il movimento ha bisogno di leader? Più che di leader, di facilitatori. E di imprenditori sociali, accanto ai quali ci si senta a proprio agio, che siano capaci di ispirare gli altri, che abbiano il tempo, le energie e le competenze necessarie. Poi certo c’è anche bisogno di leader, ma soprattutto è importante far sì che le persone siano in grado di promuovere il processo a livello di comunità. Di fatto i vari progetti attualmente in corso hanno caratteristiche molto diverse. Non c’è una regola. Una cosa importante, che rimarchiamo sempre, è un’avvertenza: nessuno può sapere se la transizione avrà successo. Non lo possiamo garantire, siamo molto chiari al riguardo. Chiedersi che aspetto possa avere un mondo che produca meno carbonio e usi meno petrolio, è un esperimento sociale. E un’opportunità straordinaria. Per questo diamo la stessa importanza ai fallimenti e ai successi. L’importante è che le persone provino a trovare soluzioni da sé.
Lo stesso approccio è applicabile ovunque, anche in Italia e nel resto del mondo? La transizione è iniziata in Irlanda, poi in Inghilterra. Oggi ci sono dei centri di riferimento anche in Scozia, Canada, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, Svezia... E pure in Italia, che si è distinta alla fine dello scorso anno per un’inedita risoluzione di un’amministrazione locale (quella del Comune di Monteveglio, in provincia di Bologna). Un risultato eccezionale. La vera domanda è se quanto è stato pensato nei paesi industrializzati d’Occidente, in origine come disintossicazione dal petrolio, sia applicabile nei paesi in via di sviluppo. L’interesse sta crescendo: abbiamo sempre più spesso richieste di informazioni da parte di paesi africani e sudamericani. Ma non spetta a me dire se il nostro modello possa funzionare lì! Saranno loro a doverne disegnare uno proprio. Quando abbiamo iniziato nel 2005, non sapevamo neppure come chiamarci. Oggi le città in transizione sono oltre trecento, migliaia quelle che stanno muovendo i primi passi. È un movimento virale, che comincia a coinvolgere le amministrazioni locali (in Gran Bretagna tre, una in Italia) e le università. Stiamo avviando dei servizi di consulenza alle imprese e finalmente anche a livello nazionale incomincia a esserci attenzione. Il nostro governo, che si è sempre ostinato a negare il problema del picco del petrolio, ora sta cambiando rotta e ci coinvolge: è impensabile imporre ai cittadini di guidare meno l’automobile per legge! Servono altri strumenti, valori come la creatività e la percezione della portata storica del cambiamento oggi in atto. |
| Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Maggio 2010 18:37 |
In Evidenza
News da MDF
| Movimento per la Decrescita Felice |
|


















